L'eredità di Arturo Ghinelli

Di Doriana Mottola e Leonardo Ansaloni 

Il 9 gennaio 1950 non è solo una data sul calendario civile di Modena; è una ferita aperta che, a distanza di decenni, continua a pulsare. Quel giorno, sei operai caddero sotto il fuoco dello Stato mentre difendevano il diritto al lavoro. 
Oggi, quell’eredità non resta chiusa nei libri di storia, ma riprende vita attraverso l'incontro tra gli studenti e Arturo Ghinelli, nipote di una delle vittime. Non si è trattato di una lezione passiva, ma di un autentico passaggio di testimone: la consegna di una responsabilità civile alle nuove generazioni.
​Per comprendere il peso delle parole di Ghinelli, bisogna tornare a quella mattina di settantasei anni fa, quando oltre diecimila operai metalmeccanici scioperarono contro la serrata e i licenziamenti di massa decisi da Adolfo Orsi, proprietario delle Fonderie Riunite, rivendicando i diritti sanciti dalla Costituzione da poco entrata in vigore. 
​La risposta istituzionale, gestita sotto le direttive del Ministro dell'Interno Mario Scelba, fu di una violenza senza precedenti. La zona di via Ciro Menotti venne militarizzata e intorno alle 10:00 la tensione esplose: le forze dell'ordine aprirono il fuoco ad altezza d'uomo e dalle torrette della fabbrica partirono raffiche di mitragliatrice contro la folla.
​A terra rimasero sei vite spezzate: ​Angelo Appiani (30 anni), Renzo Bersani (21 anni), Arturo Chiappelli (43 anni), ​Ennio Garagnani (21 anni), ​Roberto Rovatti (36 anni), ​Arturo Malagoli (21 anni). ​Insieme a loro, oltre 200 feriti segnarono quello che resta l'eccidio operaio più grave del secondo dopoguerra italiano. 
​L’identità di Arturo Ghinelli è indissolubilmente legata a quei fatti, che ancora oggi lo fanno commuovere nel raccontarli. Porta infatti il nome dello zio, Arturo Malagoli, il giovane ventunenne ucciso mentre manifestava, armato, come ci dice Arturo, “non di armi ma di volontà di lavorare”​. In particolar modo la tragedia dei Malagoli divenne un simbolo nazionale di dolore e rinascita: la sorellina di Arturo, Marisa, fu successivamente adottata da Palmiro Togliatti e Nilde Iotti, in una dimostrazione di solidarietà che trasformò un dramma privato in un ponte verso il futuro del Paese, in un gesto politico ed umano. La stessa unione e altruismo che, pochi giorni dopo la strage, si rivedranno ai funerali dei 6 giovani uomini. 
Il racconto di Ghinelli trasforma la rabbia dell'accaduto e di come venne affrontato (venne proposto alle famiglie un risarcimento in denaro, ma mai una vera giustizia) in un appello alla vigilanza democratica. La sua ne è una ricerca attiva: ne è prova la recente richiesta alle istituzioni di porre una lapide commemorativa nel centro storico di Modena. L'obiettivo è sottrarre l'evento all'oblio, rendendolo visibile non solo ai cittadini, ma anche ai turisti e ai giovani che percorrono quelle strade ogni giorno, e che hanno bisogno di fare loro i valori attuali di quella strage. 
Ciò che resta dell’incontro, dunque, è un profondo monito: la memoria deve tradursi in azione. Non si tratta di celebrare una ricorrenza, ma di sentirsi parte integrante di quel cammino per i diritti iniziato sulle barricate di via Ciro Menotti. 
In un’epoca di frammentazione, Arturo Ghinelli ci ricorda che la storia è fatta di connessioni umane; un filo invisibile, ma resistentissimo, che lega il sangue innocente del 1950 alla responsabilità civile delle nuove generazioni. La testimonianza si fa così un dovere collettivo di cura verso la verità storica e, soprattutto, verso il futuro democratico della nostra comunità.
Ghinelli insegna che i diritti non sono concessioni piovute dall'alto, ma il risultato di una tensione costante tra potere e diritti umani e che la fiducia nelle istituzioni va costruita ogni giorno attraverso l'informazione, la conoscenza e la partecipazione, tre fondamenti della sua vita da attivista. 
Per i giovani di oggi, spesso immersi in una precarietà che somiglia a quella di allora (pensiamo al lavoro dei rider, più di 500 mila lavoratori che in Italia non hanno tutele fisiche o salariali), il suo messaggio è potente: rivendicare non è un atto di disturbo, ma un dovere democratico. Seguendo il suo esempio, l'essere "attivisti della memoria" diventa il primo passo per diventare attivisti del proprio futuro: trasformare la conoscenza del passato nel coraggio necessario per chiedere, oggi, giustizia sociale, libertà e dignità.


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Volti delle vittime dell’eccidio


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Funerali delle 6 vittime, caratterizzati da una forte partecipazione nazionale e regionale



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Arturo Ghinelli davanti al ceppo commemorativo simbolo dell’eccidio e presente nel quartiere Crocetta di Modena. Ogni 9 gennaio inoltre, davanti ad esso viene deposta una corona di fiori in commemorazione della strage e del suo valore.
Immagini dell’incontro svolto il 12 maggio con la classe 3B della scuola Lanfranco

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Poesia “Bambino di Modena” di Gianni Rodari, inviato de L'Unità, che dedicò la poesia al figlio di una delle vittime

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